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- Il fascismo | Parte 1 -
 
APPUNTI DI STORIA
La crisi dello stato liberale e l'avvento del fascismo...


Immagine appunti
 


1918-1921, IL DOPOGUERRA

L'Italia, nell'immediato dopoguerra, è un paese in crisi economica, politica, morale.

Sono gli anni dell'inflazione e della crisi dei ceti medi risparmiatori; gli anni degli scioperi e delle occupazioni di terre e fabbriche (il "biennio rosso": 1919-1920), della paura borghese per il possibile avvento del bolscevismo in Italia; gli anni della smobilitazione di grandi masse di combattenti, che si ritrovano disoccupati, incapaci di reinserirsi nella vita civile e/o ingannati perché le promesse, fatte dallo Stato dopo Caporetto, non sono state mantenute. Sono gli anni, infine, in cui viene meno l'antico rimedio della emigrazione transoceanica (ricordarsi delle quote di immigrazione fissate dagli Usa).

Al paese si presentavano solo tre possibili linee di sviluppo:

  1. una seria ripresa del programma giolittiano per una più ampia democratizzazione dello Stato;
     
  2. uno sviluppo rivoluzionario analogo a quello russo (bolscevico-soviettista);
     
  3. una involuzione reazionaria che - sostenuta dalla media e dall'alta borghesia - rovesciasse le istituzioni liberali, parlamentari, democratiche, al fine di prevenire con la forza ogni possibilità rivoluzionaria o, comunque, di rafforzare l'ordine borghese e gli interessi dei gruppi conservatori tradizionali con mezzi dittatoriali.

Il fascismo, come vedremo, realizzò oggettivamente (al di là degli slogan e delle intenzioni ideologiche) la terza possibilità.

I PARTITI POLITICI

Le più rilevanti novità politiche della situazione post-bellica erano:

  1. La formazione del PARTITO POPOLARE, fondato dal siciliano don Luigi Sturzo nel 1919. Sturzo e il suo collaboratore Alcide De Gasperi erano assertori dell'autonomia politica dei cattolici, e rifiutavano di collaborare con i liberali e di lasciarsi guidare da essi (come invece era stato in età giolittiana). La Santa Sede abrogava definitivamente (p.226 del Gavino-Olivieri) il non-expedit (il divieto fatto ai cattolici di prender parte alla vita politica italiana; divieto istituito da Pio IX pochi anni dopo la presa di Roma), principio già attenuato sotto Giolitti. Il programma popolare era antisocialista e pacifista, sostenitore del decentramento amministrativo, polemico verso la corruzione e l'individualismo del mondo liberale. Da tale partito nacque nel 2° dopoguerra la Democrazia Cristiana.
     
  2. L'avanzata del PSI, e il prevalere in esso della corrente massimalista, ostile anch'essa alla collaborazione con i liberali. Ma era un massimalismo rivoluzionario "solo a parole", diceva il riformista Turati: era un semplice massimalismo verbale in stile Kautsky.
     
  3. L'emergere (nel 1918) della ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMBATTENTI, un movimento di protesta anti-liberale, privo di idee chiare, rappresentante il malcontento del ceto medio e della piccola borghesia, ostile sia al proletariato sia ai capitalisti 'pescecani' arricchitisi con la guerra.
     
  4. La fondazione a Milano (in piazza SAN SEPOLCRO, nel 1919) dei FASCI ITALIANI DI COMBATTIMENTO (POI TRASFORMATISI NEL 1921 NEL PARTITO NAZIONALE FASCISTA) ad opera di Benito Mussolini.

Mussolini riprendeva molte delle idee della Associazione nazionale combattenti. Il programma fascista del 1919 (il programma sansepolcrista) era (volutamente?) ambiguo: era antiborghese, anticapitalista, ma anche antisocialista, anticlericale, antimonarchico e repubblicano. Sembrava un programma del tutto privo di coerenza organica e di dottrina.

Un "programma bifronte" (come ha detto Luigi Salvatorelli): anticapitalista e antiproletario, espressione del malcontento dei ceti medi piccolo-borghesi in crisi, schiacciati e compressi tra un proletariato in ascesa e sempre più organizzato, e un grande capitale sempre più forte. Un programma anti-tutto! Un primo programma dalle "due anime" (sempre Salvatorelli): reazionario o conservatore (perché anti-proletario e antisocialista), 'rivoluzionario' (perché anticapitalista). Un programma niente affatto definito in positivo. Tra i suoi punti di 'sinistra', v'era la richiesta della giornata lavorativa di otto ore, il blocco degli affitti, la richiesta di un'imposta straordinaria sul capitale, l'aumento delle imposte dirette a carico dei ceti abbienti.

Ma in realtà, dietro il programma non c'era niente se non la volontà mussoliniana di instaurare un potere personale. Il programma fascista delle origini era forse volutamente ambiguo, perché tale ambiguità lasciava aperte a Mussolini le più disparate possibilità di successo e gli permetteva di trovare simpatie non solo presso i ceti medi, ma anche a sinistra e a destra. In questo periodo infatti Mussolini, coerente con la sua sete di affermazione e successo, scriveva sul suo giornale, IL POPOLO D'ITALIA:

"Noi ci permettiamo il lusso di essere conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari a seconda delle circostanze" (23 marzo 1919)

Secondo Piero Gobetti, Ivone Kirkpatrick, Denis Mack Smith e tanti altri, la psicologia di Mussolini era quella di un violento opportunista intenzionato a ottenere con ogni mezzo retorico e con ogni espediente politico il successo personale. Per far ciò, per poter approfittare delle più svariate occasioni politiche egli aveva nel 1919 elaborato un programma elastico e possibilista che gli permetteva di ottenere l'appoggio di molti ex-combattenti, ufficiali, impiegati, bottegai rovinati (il ceto medio in crisi), ma anche di ottenere spazi elettorali più a sinistra e più a destra. Non a caso nell'ottobre 1919, al Congresso dei Fasci, a Firenze, aveva affermato:

"Noi fascisti non abbiamo dottrine precostituite: la nostra dottrina è il fatto"

L'ascesa dei socialisti e dei popolari, entrambi gruppi non-collaborativi, indebolì irrimediabilmente i gruppi politici liberali (di Giolitti, Salandra, Nitti etc.) e favorì in breve tempo - come vedremo - il trionfo del fascismo.

I maggiori gruppi politici (liberali, divisi in molte fazioni gelose e ostili tra di loro; socialisti, anch'essi divisi; popolari) erano in lotta tra di loro. Socialisti e cattolici popolari rifiutavano di collaborare con i liberali. Allora i liberali, compiendo un enorme errore di valutazione, pensarono di unirsi ai fascisti e usarli contro socialisti e cattolici. I gruppi liberali al potere permisero le violenze fasciste (allorché i fascisti cominciarono a essere pagati dai capitalisti agrari e dalle piccole e medie industrie contro gli attivisti socialisti e popolari) e aprirono loro le porte del potere e del governo, convinti sino alla fine di poterli controllare, assorbire, 'normalizzare'.

GLI ULTIMI MINISTERI LIBERALI. L'IMPRESA DI FIUME. LE ELEZIONI DEL 1919 E IL BIENNIO ROSSO.

I RIFIUTI OPPOSTI DA SOCIALISTI E POPOLARI DI PARTECIPARE A GOVERNI LIBERALI RESERO SEMPRE PIU' DEBOLI GLI ULTIMI GOVERNI LIBERALI CHE DIRESSERO IL PAESE FINO ALLA VITTORIA DEL FASCISMO NEL 1922.

Sono da ricordare: il governo Nitti (1919-1920), che dovette fronteggiare l'impresa di Fiume e le occupazioni delle fabbriche; il governo Giolitti (1920-1921, il 5° e ultimo); poi il governo Bonomi e, ultimissimo, il governo Facta.

Le prime elezioni del dopoguerra furono tenute nel 1919 (sotto Nitti). Per esse si abbandonò il sistema elettorale maggioritario uninominale precedente e si adottò quello proporzionale plurinominale (sistema vigente in Italia sino al 1993, poi ripristinato nel 2005)


[EDUCAZIONE CIVICA: Per eleggere la camera dei deputati (si ricordi che il senato era allora di nomina regia!) prima del 1919 i vari gruppi politici presentavano, ognuno di essi, un solo candidato in ogni collegio (ripartizione) elettorale; tra i vari candidati veniva eletto quello che otteneva il maggior numero di voti. Con il sistema proporzionale, invece si candidavano più uomini politici per ogni gruppo nelle varie circoscrizioni. I seggi alla camera venivano distribuiti in proporzione ai voti ricevuti dalle liste dei vari partiti su scala nazionale.

In generale si dice che il sistema elettorale proporzionale (seggi assegnati a ogni partito proporzionalmente ai consensi elettorali su scala nazionale) GARANTISCE LA RAPPRESENTATIVITA' delle esigenze dei vari gruppi sociali nazionali, ma rende più difficile stabili maggioranze parlamentari, essendo il parlamento frantumato in dozzine e dozzine di formazioni diverse. Da ciò, instabilità politica maggiore. E' più difficile che i governi ottengano l'appoggio di forti e durature maggioranze parlamentari. Invece il sistema maggioritario ('secco', come in Inghilterra) dà la vittoria a chi ottiene la maggioranza relativa anche piccola. In tal modo è più facile formare forti maggioranze parlamentari. I partiti più piccoli non trovano seggi. Tale sistema GARANTISCE UNA PIU' FORTE STABILITA' DI GOVERNO, e facilita l'alternanza di governo (le responsabilità politiche sono più facilmente individuabili dall'elettorato: colpe e meriti vanno tutti o quasi al governo e al parlamento che lo sostiene; se li si ritiene immeritevoli, li si manda a casa nelle elezioni politiche e si invia al governo l'opposizione). Esistono forme diverse di s. maggioritario. In Francia è a doppio turno: Si vince al 1° turno solo se si ottiene la maggioranza assoluta; se nessun candidato la ottiene, si passa al 2° turno, ma solo se si è raggiunto lo sbarramento del 12.5% dei voti. I candidati minori vengono così eliminati. In Italia dal 1993 per le elezioni politiche il 75% dei deputati (475) è eletto col maggioritario secco; il resto (25%) con il proporzionale. Idem per il senato. Senato=315 (Palazzo Madama); Deputati =630 (Montecitorio).

Aggiornamento gennaio 2007:  per le elezioni politiche del 2006 (vinte dall'Unione sulla Casa delle Libertà) è stata preparata dal governo Berlusconi (sconfitto nel 2006) una nuova legge elettorale che ha sostituito quella del 1993 introducendo sostanziali modifiche. La nuova legge elettorale è stata approvata dal parlamento nel dicembre 2005, ma uno dei suoi principali autori, Roberto Calderoli, l'ha poi definita "una porcata" (da qui l'espressione porcellum ormai utilizzata per indicarla in modo sarcastico.  Tale legge di riforma elettorale è stata approvata con i voti della sola maggioranza parlamentare (CdL) e la netta ostilità della opposizione.

In sostanza, dal sistema maggioritario si torna a un sistema "quasi completamente proporzionale". I punti salienti della legge 2005 sono:

  • gli elettori sono chiamati a votare liste di candidati senza poter esprimere preferenze. L'elezione dei candidati a parlamentari dipende dunque dalle scelte e dalle graduatorie stabilite dai partiti che hanno ricevuti i voti su scala nazionale con sistema proporzionale;
     
  • alla coalizione vincente sarà concesso un premio di maggioranza: per la Camera dei Deputati, un minimo di 340 seggi (di cui 12 assegnati per le circoscrizioni Estere); per il Senato (eletto su scala regionale) il premio garantisce almeno il 55% dei seggi assegnati a una regione qualsiasi. (6 seggi sono assegnati a circoscrizioni estere);
     
  • soglia di sbarramento: ogni coalizione, per ottenere seggi parlamentari, dovrà ricevere almeno il 10% dei consensi elettorali nazionali: Nelle liste, il singolo partito influisce nella ripartizione dei seggi solo se ottiene almeno il 2% dei voti nazionali. In questo modo i partiti più piccoli sono costretti ad apparentarsi a forti coalizioni (addirittura, da quel che capisco, a 'fondersi' in partiti maggiori). La critica principale viene dal fatto che i politici eletti potrebbero non aver alcun reale rapporto con il territorio e gli elettori, visto che tutto viene deciso dalle scelte di partito.

Oggi (gennaio 2007) si discute con asprezza della necessità di approvare in parlamento (senza dover aspettare gli esiti di eventuali stimoli referendari, una ennesima riforma elettorale che ponga rimedio al porcellum con una vasta convergenza di accordi tra le diverse coalizioni.]

Con le elezioni del 1919 il PSI e i popolari (i primi partiti di massa) ottennero grossi successi: rispettivamente 156 e 100 deputati. I liberali eletti diminuirono, anche se riuscirono a conservare la maggioranza. I fascisti non ebbero alcun eletto. Erano ancora un movimento privo di importanza.

Il governo di Nitti (liberale) non riuscì ad assicurare l'ordine interno (scioperi, tumulti, occupazioni) né ad imporsi ai 'legionari' di D'Annunzio, il 'poeta-soldato' che nel settembre del 1919 aveva occupato con i suoi reparti la città di Fiume (rivendicata dai nazionalisti italiani ma non compresa nel patto di Londra). Il colpo di D'Annunzio mise in crisi l'autorità e il prestigio del governo. Numerosi ex-combattenti, affascinati dal mito della 'vittoria mutilata', appoggiarono l'occupazione, che durò quindici mesi.

Salì allora al governo Giolitti. A Natale, con alcuni colpi di cannone, D'Annunzio fu fatto sloggiare da Fiume, e poi Giolitti, con il trattato di Rapallo, liquidò la questione di Fiume, riconosciuta città libera sia dall'Italia sia dalla Iugoslavia.

In politica interna Giolitti ridusse le prerogative regie facendo approvare una legge che stabiliva la sovranità del parlamento nel dichiarare guerra e fare accordi internazionali (cosa che prima spettava al re); inoltre riuscì a rendere nominativi (e quindi tassabili) i titoli azionari, e ad accrescere le imposte sui ceti abbienti. Misure che sollevarono l'ira di parte dell'alta borghesia. Né si acquietarono le tensioni sociali. Anzi, nell'agosto-settembre 1920 si toccò l'apice del 'biennio rosso', con l'occupazione armata delle fabbriche nel triangolo industriale, secondo il programma soviettista di A. Gramsci e del suo periodico "Ordine Nuovo". Si formarono soviet operai, ma il governo Giolitti non intervenne con la forza, e dopo 8 settimane l'occupazione delle 300 fabbriche fallì, e la FIOM (Federazione italiana operai metallurgici) fu sconfitta. Perché? Le fabbriche occupate non poterono funzionare perché vennero meno le materie prime e le commesse. Ma la rivoluzione fallì anche perché il PSI e la CGIL (il sindacato socialista) non vollero assumersi la guida e l'organizzazione del movimento operaio, dimostrando definitivamente l'incoerenza pratica e l'immobilismo politico del loro massimalismo verbale.

L'occupazione si esaurì da sola. Con la fine dell'occupazione era svanito il pericolo di una rivoluzione sociale, ma non era scomparsa (anzi, si era ingigantita) la paura delle classi abbienti, che cominciarono a reclutare i fascisti per far assalire socialisti e cattolici popolari, e per difendere i loro interessi di classe.

Durante i periodi di massima pressione proletaria, i fascisti furono assenti. L'ascesa del fascismo seguì il fallimento del movimento operaio. Cominciò allora, alla fine del 1920, la compenetrazione tra la reazione agraria e le SQUADRE D'AZIONE fasciste. Iniziò la violenza dello squadrismo fascista.

NOTA SUGLI SVILUPPI DEL SOCIALISMO ITALIANO

Dopo il fallimento della occupazione delle fabbriche, il socialismo italiano si spezzò in tre gruppi ostili tra di loro:

  1. Al congresso di Livorno, nel 1921, Gramsci, Bordiga, Togliatti e altri si staccarono dal PSI e fondarono il PCI, partito rivoluzionario-volontarista, leninista, attivista: un socialismo radicale, 'di sinistra', coerente con la linea bolscevica, i COMUNISTI.
     
  2. Nel 1922 si ebbe una scissione 'a destra': il distacco di Turati e MATTEOTTI dal Psi. Turati e Matteotti erano apertamente riformisti, e fondarono il P.S.U. (partito socialista unitario).
     
  3. Alla guida del PSI, indebolito, rimasero Serrati e NENNI, i massimalisti delle parole (molto meno dell'azione).

Ma tutto ciò significò un ulteriore indebolimento delle forze che avrebbero potuto ostacolare l'ascesa del fascismo!

Come ha scritto Denis Mack Smith, "Il fascismo era destinato a trionfare non tanto per la propria forza, quanto per la debolezza dei suoi avversari" (STORIA D'ITALIA, 1959).

LA VITTORIA DEL FASCISMO

La fortuna del fascismo ebbe inizio alla fine del 1920, con la crisi del movimento operaio. Ormai la direzione politica del fascismo si stava orientando verso la difesa dell'ordine sociale e dello Stato borghese, benché in senso anti-liberale. Lo Stato borghese difeso dai fascisti non era inteso infatti come stato di diritto, ma come stato basato sulla negazione dei diritti agli avversari: socialisti e comunisti, e più tardi anche liberali.

"Quando si parla di borghesia fascista si deve intendere, in questi primi anni, solo una sua parte: non la grande borghesia dell'industria (che - soprattutto inizialmente - considerò il fascismo con una notevole dose di sospetto), ma la borghesia media e piccola: burocrati, funzionari di polizia, magistrati, ufficiali dell'esercito, proprietari terrieri grandi e piccoli della Valpadana, dell'Italia centrale, delle Puglie; bottegai, artigiani e piccoli commercianti" (Carocci).

I grandi industriali - ricorda Renzo De Felice ("Intervista sul Fascismo", 1975) - inizialmente non volevano i fascisti attorno o dentro le loro fabbriche, per non avere scioperi e tumulti che bloccassero la produzione. Invece i piccoli industriali, già indebitati e in crisi, sostenevano i fascisti per piegare gli eventuali scioperi che - per loro - sarebbero stati letali. Solo più tardi (e sempre in modo scarso) il grande capitale sostenne il fascismo, secondo De Felice.

Comunque, furono proprio molti funzionari dello Stato (magistrati, ufficiali dell'esercito etc.) che fornirono quell'aiuto e quelle coperture senza le quali le imprese dei fascisti sarebbero state molto più difficili. L'esercito fornì armi e autocarri; spesso la polizia non intervenne per bloccare le violenze fasciste; spesso magistrati compiacenti li assolsero.

I fascisti, organizzati in SQUADRE D'AZIONE (lo 'squadrismo fascista') guidate dai vari Ras (=capi locali tra cui si distinse Farinacci), bastonarono, incendiarono, uccisero, colpendo le leghe sindacali e gli esponenti politici socialisti e cattolici. Nel 1921 i morti per violenze politiche furono più di 500.

Nel 1921 i fascisti si organizzarono in Partito Nazionale Fascista. (P.N.F.).

Nel 1921 si tennero nuove elezioni politiche. In vista delle elezioni, e per ottenere il sostegno dei liberali e delle classi dirigenti, della monarchia e degli imprenditori del grande capitale, e pure del clero, Mussolini riscrisse il programma in senso sempre più destrorso, conservatore e antisocialista, abbandonando il programma del 1919, che sapeva di sinistrismo, repubblicanesimo e anticattolicesimo.

D'altra parte, i liberali e Giolitti in primo luogo, commisero un errore fatale: offrirono ai fascisti di entrare con essi nella lista del BLOCCO NAZIONALE per le elezioni del 1921. I liberali pensavano di usare i fascisti per frenare l'avanzata politica delle sinistre e dei popolari; pensavano che i fascisti si sarebbero ben presto lasciati assimilare dal sistema liberale e "costituzionalizzare". Fu il primo "gesto di suicidio" (scrisse il comunista A. Tasca) dello Stato liberale. Alle elezioni i fascisti ottennero 35 deputati ed entrarono in parlamento. I socialisti persero una trentina di seggi. Mussolini, proclamatosi monarchico e simpatizzante del Vaticano, cominciò a riscuotere consensi anche negli ambienti alto-borghesi. Alternando l'azione legale in parlamento alla violenza di piazza, egli si presentava sempre più come uomo d'ordine.

Nel luglio 1921 si formò il debolissimo governo Bonomi; nell'ottobre 1922 fu la volta del governo Facta, anch'esso incapace di fronteggiare i gravissimi disordini interni.

Vista la debolezza delle forze avversarie, finalmente Mussolini, dopo

  1. aver ribadito la sua simpatia per il nuovo pontefice PIO XI (1922-1939);
     
  2. aver ricevuto (secondo Marco Revelli) espliciti consensi da grandi gruppi industriali, tra i quali Pirelli, Olivetti, Crespi;
     
  3. aver segretamente trattato con Giolitti e Salandra una eventuale sua partecipazione al governo, per tranquillizzare i dirigenti liberali e confonderli, nell'ottobre 1922 organizzò la MARCIA SU ROMA, un colpo di Stato che fece convergere le colonne fasciste verso Roma allo scopo di indurre il re Vittorio Emanuele III ad affidargli il potere. Marciarono 30.000 fascisti, disorganizzati e facinorosi. Il 27 ottobre Facta chiese al re di approvare lo stato d'assedio: sarebbero bastati pochi battaglioni dell'esercito per liquidare i fascisti. Ma il re rifiutò. Il 28 ottobre le bande fasciste erano ormai vicine a Roma. Il 30 ottobre il re affidò a Mussolini (rimasto a Milano in prudente attesa) l'incarico di formare il nuovo governo. Mussolini era diventato presidente del consiglio (o 'capo del governo', come si disse a partire dal 1925).

IL FASCISMO ERA GIUNTO AL POTERE

Giolitti e Salandra erano stati giocati: Mussolini non entrava nel governo come semplice ministro, come membro subalterno di un gabinetto da loro guidato (cosa che gli aveva fatto credere di voler accettare), ma come presidente del consiglio stesso. Il capo del fascismo aveva abilmente scavalcato i liberali stessi.

A Montecitorio (sede della camera dei deputati), Mussolini ottenne la fiducia per il suo governo con un discorso dai toni minacciosi (il 'discorso del bivacco'):

"Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli... Potevo ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto".

IL FASCISMO AL POTERE

Giunto al potere, Mussolini iniziò col formare un GOVERNO DI COALIZIONE composto anche da liberali conservatori e popolari. Egli riteneva di non avere ancora la forza sufficiente per imporre la dittatura fascista.

Tra i primi atti del suo governo vi fu l'abolizione della nominatività dei titoli e della imposta di successione, nonché la riduzione delle imposte sui ceti abbienti. Dunque il fascismo si presentò subito, una volta al governo, come difensore degli interessi borghesi.

Mussolini lasciò che i fascisti continuassero a usare la violenza nel Paese; fece largo uso della censura; istituì il GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO (organo consultivo del governo) e La MILIZIA VOLONTARIA PER LA SICUREZZA NAZIONALE (MVSN), nella quale assorbì le squadre fasciste: una milizia di partito, legalizzata e posta a fianco dell'esercito.

Il filosofo idealista Giovanni Gentile divenne ministro della Pubblica Istruzione.

Le ultime autentiche elezioni (benché condizionate dalla violenza) si tennero nell'aprile 1924. In vista delle elezioni, Benito fece approvare una legge elettorale (la LEGGE ACERBO, 1923) per assicurare ai fascisti e ai loro sostenitori il successo: la legge Acerbo accordava alla coalizione di partiti che avessero ottenuto la maggioranza dei voti (purché non inferiore al 25%) i 2/3 dei seggi della Camera dei deputati. La LISTA NAZIONALE (il 'LISTONE'), composto da fascisti e liberali di destra seguaci di Salandra, ottenne anche formalmente il controllo del Parlamento. Ampio era stato l'uso della violenza nel corso delle votazioni.

I risultati delle elezioni, con i suoi brogli e le sue violenze, vennero contestati dal socialista Giacomo Matteotti in aula parlamentare. Poco dopo alcuni squadristi (Dùmini e altri) lo rapirono e lo uccisero (10 giugno 1924).

L'omicidio turbò il Paese. Le opposizioni si allontanarono dal Parlamento in segno di protesta (fu la "secessione dell'Aventino": "l'Aventino delle coscienze", secondo l'espressione di F. Turati).

I fascisti attraversarono un momento di sbandamento di fronte alle proteste di socialisti, popolari e alcuni liberali (quelli di Giovanni Amendola). Costoro si illudevano che il governo, squalificato moralmente, si sarebbe dimesso. Ma il re non intervenne. Né gli aventiniani avevano un piano comune. I comunisti proposero di organizzare uno sciopero generale, ma esso venne rifiutato da PSI, PSU e altri. Disgustati, i comunisti tornarono in Parlamento. Le debolezze e le divisioni tra le opposizioni favorirono il fascismo. Mussolini, forte dell'appoggio del re, con un noto discorso alla camera (3 gennaio 1925), si attribuì ogni responsabilità per le violenze fasciste:

"Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!... Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area."

Il discorso segnò l'inizio della vera e propria fascistizzazione dello Stato. Nacque allora il regime dittatoriale fascista, la prevalenza del potere esecutivo su quello legislativo.

Tra il 1925 e il 1926 vennero approvate le "leggi fascistissime":

  • Nel 1925 venne stabilito che il CAPO DEL GOVERNO può legiferare senza l'assenso del Parlamento e che nessun argomento può essere discusso in Parlamento senza consenso del capo del governo stesso. Le amministrazioni comunali non furono più elettive. I podestà, nominati dal re, sostituirono i sindaci.
     
  • Nel 1926 venne proibito lo sciopero e "gli industriali... accettarono di buon grado un regime che vietava gli scioperi" (Carocci).
     
  • Nello stesso anno vennero sciolti tutti i partiti a eccezione di quello fascista. Era la fine della democrazia e dello Stato liberale, e l'inizio del regime a partito unico. L'inizio del VENTENNIO fascista.
     
  • Fu istituito i sindacato unico fascista, fondato sull'idea della corporazione (l'idea cardine della 'terza via' fascista, anti-socialista e anti-capitalista, venata di nostalgia verso il passato medievale): le corporazioni comprendevano tutti i lavoratori di un determinato settore produttivo, sia padroni che operai, e si basavano sul principio (in realtà essenzialmente ideologico e propagandistico) della collaborazione tra capitale e lavoro dipendente in nome dell'interesse nazionale. Lo Stato fascista doveva intervenire a liquidare i contrasti tra capitale e lavoro (di fatto sempre a vantaggio del primo).

    Nasceva lo Stato corporativo, basato sul rifiuto della lotta di classe predicata dai marxisti (socialisti o comunisti non importa). Nel 1927 il corporativismo fascista trovò espressione nella Carta del Lavoro, documento che celebrava (a parole) la uguaglianza giuridica e la solidarietà tra imprenditori e operai:

    Art. 1
    "La nazione italiana è un organismo avente fini, vita, mezzi di azione superiori... a quelli degli individui divisi o raggruppati che la compongono. E' una unità morale, politica ed economica che si realizza integralmente nello Stato fascista".

    Art. 7
    "... Dalla collaborazione delle forze produttive deriva fra esse reciprocità di diritti e doveri. Il prestatore d'opera, tecnico, impiegato o operaio, è un collaboratore attivo dell'impresa economica, la direzione della quale spetta al datore di lavoro che ne ha la responsabilità".

    In questo modo il corporativismo fascista riteneva di aver superato l'individualismo borghese (e dunque il "capitalismo", di cui l'egoismo borghese era considerato l'essenza) e anche la lotta di classe e la fratellanza internazionale degli operai (e dunque il marxismo socialista che sosteneva queste idee). In realtà, la proprietà dei mezzi di produzione e i profitti rimasero rigorosamente privati, e dunque il capitalismo non fu superato se non a parole: la terza via corporativistica si riduceva a un semplice tentativo propagandistico di contenere la diffusione del socialismo e del comunismo salvando il capitalismo sotto vesti linguistiche nuove. (Non si può negare tuttavia che in alcuni intellettuali fascisti l'anticapitalismo non era un semplice espediente propagandistico, ma corrispondeva a una reale convinzione, che tuttavia non diventò mai realtà).

    Ricordo che nel 1934 le corporazioni, già teorizzate nella Carta del lavoro, furono finalmente istituite, sostituendo il sindacato fascista.
     
  • Nel 1926 venne istituita l'OPERA NAZIONALE BALILLA, che inquadrava i giovani dai 12 ai 18 anni (divisi in balilla e avanguardisti) per fornire loro una specie di istruzione premilitare e un minimo di indottrinamento ideologico: il regime fascista mirava a creare un 'uomo nuovo', combattivo, spartano, frugale, onesto etc., e per questo dedicò si da subito molte energie alla formazione dei giovani. Per i bambini sotto i 12 anni fu istituita l'organizzazione dei FIGLI DELLA LUPA. Gli studenti universitari si riunirono nei GUF (gruppi universitari fascisti).
     
  • Fu istituita l'OVRA (Organizzazione vigilanza e repressione antifascismo?), la polizia segreta politica, e fu infine reintrodotta la pena di morte per i reati contro la sicurezza dello Stato.
     
  • Nel 1929 si tennero le ELEZIONI A LISTA UNICA (!), una farsa che decretò la totale e plebiscitaria vittoria fascista: una lista di 400 nomi scelti dal Gran Consiglio del fascismo, che gli elettori avrebbero dovuto solo approvare o rifiutare (ma le schede del voto erano riconoscibili dal diverso colore!).

Nel 1939, finalmente, la Camera dei deputati fu soppressa e sostituita da una Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

Ebbero dunque fine le libertà politiche, sindacali, civili. I primi anni del fascismo furono coronati poi dalla CONCILIAZIONE con la chiesa, avvenuta nel febbraio del 1929, conciliazione (i PATTI LATERANENSI) che sanò il dissidio aperto nel 1870 con la presa di Roma. Papa Pio XI, che aveva visto in Mussolini "L'UOMO DELLA PROVVIDENZA", fu lieto di stipulare un concordato con Benito. La conciliazione consolidò il prestigio del fascismo all'estero, e gli offrì all'interno l'appoggio dei cattolici (don Sturzo, antifascista, si era già dimesso nel 1923 dal partito popolare italiano su pressione delle gerarchie ecclesiastiche, e se ne era andato in esilio a Londra nel 1924). Il papa riconosceva Roma capitale del regno d'Italia. I PATTI LATERANENSI consistono in tre documenti:

1) un trattato che sancisce la nascita dello Stato della Città del Vaticano;

2) una convenzione finanziaria che determinava la somma che l'Italia si impegnava a pagare alla Santa Sede;

3) un concordato (in vigore fino al 1984!) che riconosceva la religione cattolica come sola religione di Stato (rinasceva lo Stato confessionale, in barba al separatismo e al laicismo del liberale Cavour!), e che rendeva obbligatorio l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

FASCISMO E NAZIONALISMO

Nel 1923 i nazionalisti confluirono entro il P.N.F. I fascisti ripresero i programmi nazionalisti. Nel 1924 si giunse alla annessione di Fiume all'Italia, in seguito a un accordo italo-jugoslavo. A partire dal 1926, pian piano, venne ripreso un programma di espansione estera di tipo crispino e nazionalista.

I FUORIUSCITI

L'antifascismo italiano militante fu presto ridotto al confino o all'esilio. I fuoriusciti erano circa 10.000 (tra gli altri Salvemini, Togliatti, Sturzo, Turati), e molti a Parigi, dove esisteva la Concentrazione Antifascista (formata da socialisti e repubblicani). V'erano gruppi comunisti e i gruppi di GIUSTIZIA E LIBERTA' (movimento fondato a Parigi da Carlo Rosselli, ucciso con il fratello nel 1937 in Francia da sicari fascisti; il movimento si proponeva una difficile sintesi tra ideali liberali e socialisti). Gramsci morì nel 1937 in libertà condizionata, dopo anni di carcere che gli avevano minato il fisico. Gobetti morì nel 1926 a Parigi, per le conseguenze del pestaggio subito a Torino dai fascisti. Così pure il liberale Giovanni Amendola.

Al contrario, fascisti si dichiararono intellettuali come Pirandello, Marinetti, Volpe, Gentile (che nel 1925 scrisse il MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI FASCISTI, a cui nello stesso anno rispose il grande filosofo e storico Benedetto Croce con il MANIFESTO DEGLI INTELLETTUALI ANTIFASCISTI).

<< INDIETRO by prof. Mario Gamba